Ester Negretti, Landscape

Libero, vola, nel cielo, altissimo, nell’azzurro, nel blu che diventa indaco, bucando i cirri, nell’accecante luce del sole, là dove dal bianco si dipanano i colori, le ali dispiegate a giocare coi venti. Il gabbiano volge lo sguardo in basso, al mare, là dove una sottile striscia bianca divide l’acqua dalla terra, dal verde lussureggiante della pineta. Ha visto qualcosa, sulla rena nel solitario meriggio d’inverno, qualcosa che ne ha attirato l’attenzione, e plana, allora, dolcemente verso quel punto al Nadir.

E mentre è immobile librato sull’alito del vento, vede una giovane donna in ginocchio sulla sabbia che muove incessantemente le mani su di una superficie quadrata. Così, seduta sul litoraneo deserto, la donna dipinge, crea usando aspra materia, riproduce la sabbia, lo scabro paesaggio liberato dalla moltitudine estiva dei villeggianti. I rottami solitari che il mare rilascia, abbandonati ed immoti naufraghi, tra le sottili pieghe di un lillipuziano deserto, che il vento e la salsedine confonde. Conosce il gabbiano questo tipo d’uomini, sono i pittori. Instancabili, mai esausti, curiosi, bramosi di luce e di colori, ladri d’immagini e di emozioni da trasporre sulle loro tele. E conosce questa donna perché l’ha già vista cercare il paesaggio della sua mente, l’ha vista tra le valli boscose dei laghi, l’ha vista nelle nebbiose mattine della metropoli convulsa , nelle notti dei pensieri profondi, nelle ore di furore quando le sue mani ricercano la materia e carezzano la superficie abrasa del quadro. La conosce e conosce il suo nome perché è qualcosa che lui ama molto, il suo nome è Ester, la stella, il sole o l’astro notturno che orienta il suo incedere. Colei che nacque a Babilonia là, dove la torre più alta del creato crollò e confuse le lingue degli uomini. Colei che attraverso l’arte e la pittura rigenera il linguaggio universale della conoscenza e della pittura. Ma questa giovane donna non è la protagonista del deuterocanonico del Vecchio Testamento, al contrario è testimone ed attiva partecipe del tempo attuale e la sua pittura esprime il linguaggio dell’uomo contemporaneo e della sua incessante ricerca, del sé e di ciò che lo circonda. Non siamo forse tutti alla ricerca del luogo che ci descrive? La città, la fabbrica, la metropolitana, come le inviolate vette o gli abissi plumbei del mare, la nostra anima cerca continuamente di decodificare il paesaggio intorno a noi, che cambia con vorticosa successione d’immagini, per farlo coincidere con l’intima essenza del nostro essere. Il paesaggio si è evoluto nella storia, monti sono stati spianati per far posto a città e opifici, boschi sono stati cancellati per far spazio a strade e rotaie, la nostra percezione è cambiata. Ora il vento non agita più le foglie ma cartacce ai bordi dei marciapiedi e sulle spiagge accanto ai contorti rami troviamo sacchetti di plastica e lattine, mozziconi di sigaretta e preservativi. Così come noi abbiamo imparato a ridefinire il paesaggio, così fa il pittore, cercando nel profondo dell’anima la capacità di ridescrivere il mondo nel quale vive e del quale sente di far parte. Non sono più solo il sole e gli astri ad illuminare la terra ma il neon dei lampioni ed i fari delle automobili, non è più l’odore dell’erba appena tagliata  a riempire i nostri sensi ma l’asfalto bagnato dopo l’arsura estiva o l’umidità acquosa delle fredde albe di dicembre quando ancora le luci delle città degli uomini non sono spente. Questo è il paesaggio che Ester ricerca anche se oggi, al pallido sole novembrino è china sulla spiaggia del Forte a lavorare, a tessere ricami sulla tela, ricami di legno, di carta, di cemento, di passione. Questo è il suo lavoro, il suo scopo, mentre a pochi metri, un mare languido e svogliato come solo d’inverno sa essere, le manda spruzzi salati a irrorargli i capelli mentre le sue dita inesauste, mai sazie, graffiano, accarezzano, dipingono. D’intorno pochi gabbiani, e quell’uomo immobile, là sul pontile, col bavero rialzato, lo sguardo fisso all’orizzonte dei propri ricordi. Incurante di tutto che ormai l’ha in sé, Ester, lava, vulcano, erompe e plasma, lo sguardo rivolto al suo cuore, tela specchio di occhi fuggenti, mani artigli che catturano la preda che non lasceranno finché non giacerà inerme sul telaio, pronta a tornare in vita non appena gli uomini poseranno su di essa i propri pensieri. Cala, rapidamente, il sole. Nell’intraluce del breve tramonto, Ester sorride soddisfatta, il quadro è finito!

Stefano Cortina

English

Ester Negretti, Landscape

Free, he flies, in the sky, so high, in the blue, in the blue that becomes indigo, cutting through the cirrus, in the blinding light of the sun, there where from the white colours are wound, with wings unfolded to play with the winds.  The seagull turns his glance down, to the sea, there where a thin white line separates the sea from the earth, from the luxurious green of the planet.  He has seen something, on the sand on this solitary winter’s midday, something that has attracted his attention,

and he glides, then, sweetly towards that point at Nadir.

And while he is free and immobile on the breath of the wind, he sees a young woman on her knees in the sand who incessantly moves her hands on a square surface.  There, seated on the deserted shore, the woman paints and creates using harsh materials, she recreates the sand, the uneven landscape liberated from the mass of summer visitors.  The solitary scraps that the sea leaves behind: abandoned and motionless wrecks, between the thin folds of a Lilliputian desert, that the wind and saltiness confuse.  The seagull knows these men, they are painters: untiring, never exhausted, curious, eager for light and colour, thieves of images and of emotions to transpose on their canvases.  And he knows this woman, because he has already seen her search for the landscape of her imagination.  He saw her in the forest valleys of the lake.  He saw her in the foggy mornings of the convulsive city, in the nights of deep thought, in the hours of frenzy when her hands search for material and caress the abrasive surface of the canvas.  He knows her and he knows her name, because he loves her very much.  Her name is Ester and she is the sun and nocturnal star which orient his solemn gait.  She, who was born in Babylonia, where the greatest tower built fell and confused the languages of men.  She, who through art and painting, recreates the universal language of knowledge and painting.  But this woman is not the protagonist of the Deuterocanonical books of the Old Testament.  Instead she is a witness and an active participant of the present day and her painting expresses the language of contemporary man and of his incessant research of himself and of his surroundings.  Are we not all in search of that place which she describes to us?  With the city, the factory, the metropolis as unviolated peaks or the dull depths of the sea, our souls continually search to decode the landscape around us, which changes with a spinning succession of images, to make it coincide with the intimate essence of our being.  The landscape has evolved during history: mountains have been smoothed out to make room for cities and factories, forests have been erased to make room for roads and train tracks; our perception has changed.  The wind no longer moves the leaves on the trees, but waste paper on the pavement, and on the beaches next to the twisted branches we find plastic bags, tins, cigarette butts and condoms.  We have learned to redefine the landscape, and thus so does the painter, searching deep within the soul for the ability to re-describe the world in which she lives and in which she is a part.  The sun and stars are no longer alone at illuminating the earth. There are the neon streetlights and the headlights.   The smell of freshly cut grass no longer fills our nostrils.  Instead we have the odour of wet asphalt after the burning heat of summer or on humid December mornings, when the lights of the city of man are not off.  This is the landscape that Ester searches for, even if today, on this day in November, she is on the shores of Forte working, weaving embroidery on the canvas, an embroidery of wood, paper, cement and passion.  This is her work and her goal, while just a few metres off, a languid sea is listless, as it only knows how to be in winter, and sends salty sprinkles into her hair, while her tireless fingers, never satisfied, scratch, caress and paint.  Around here there are a few seagulls, and a man standing immobile on the jetty with his collar up and his gaze fixed upon the horizon of his memories.  Unthinking of all she has within her…lava, volcano, eruption, plasma… Ester turns her glance inward towards her heart, a canvas mirror to fleeting eyes and clawed hands which capture the prey and which will not leave it until it lies defenceless on the canvas, ready to return to life as soon as someone rests their thoughts upon it.  The sun sets rapidly.  In the light of the brief sunset, Ester smiles satisfied. The painting is finished.

Stefano Cortina

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