Allunaggi possibili

di Martina Cavallarin

Il faut être nomade, il faut traversée les idee comme on traverse les pay e les ville. (1)
Se la creazione dell’artista nella sua fase germinale abita la stanza privata dell’arte, quando tale creazione si sviluppa si mette in relazione con lo spettatore in una stanza pubblica, il luogo dello scambio e dell’ascolto, il luogo del possibile e dell’incantesimo reale. La stanza diviene, nell’inciampo tra sguardo a libellula, prismatico, dell’artista mutante (2) e sguardo solitamente orizzontale dello spettatore, un allunaggio possibile, forma di negoziazione interumana che Marcel Duchamp chiamava “coefficiente d’arte”, tra narrazione e comprensione che genera questo humus fertile, pallido, apparentemente lontano, ma appunto possibile come qualsiasi allunaggio inteso come bisogno di espansione del pensiero e del pensare, del rovesciamento del gioco delle parti. Ogni stanza di un’esposizione, di questa esposizione d’allunaggi possibili, è una stanza che mi piace pensare come un territorio di sospensione non silenzioso per forza, non chiassoso per forza. Uno spazio confidenziale dell’opera che convive e dialoga con i singoli luoghi prendendo per mano il visitatore che condivide un percorso. Nell’arte contemporanea ritengo che l’allunaggio non sia morbido né forse duro, perché la macchina che lo rende plausibile non è un congegno meccanico di pistoni e metalli, ma è quella indefinibile della creazione e dell’epifania dell’opera. L’allunaggio possibile è il mio apporto di scrittura espositiva che permette l’incidente tra l’intromissione dell’estraneo atteso, il viandante solitamente sul bilico della soglia, con l’opera e lo stupore della sua presenza. In questa mostra il progetto tenta di essere una casuale armonia attraverso la quale prova a porsi come segno naturale di un artificio programmato, quello strutturato da ogni singolo artista che in maniera gestaltica si relaziona con lo spazio ed entra in meccanismo empatico attraverso opere struggenti e mai contenute.
Se il liminale è un fatto o fenomeno alla soglia della coscienza e della percezione sono gli accostamenti tra i limiti valicabili ed espandibili che undici allunaggi possibili connette attraverso i presupposti linguistici impiegati dagli artisti per le loro opere e che innestano l’idea della complessità esecutiva. Le stanze sono camere delle meraviglie delle appropriazioni calde e degli avvicinamenti freddi, wunderkammer, territorio accessibile allo sguardo attraverso le transizioni orizzontali dei nostri passi e gli sguardi verticali e ancor più, complessi, tra parete e pavimento, soffitto e il prossimo angolo ancora da metabolizzare.
Oggi, negli anni ’50, l’attenzione di tutti è rivolta verso l’alto, verso il cielo. E’ la vita sugli altri mondi che interessa la gente. Eppure, in ogni momento, il terreno può aprirsi sotto i nostri piedi e razze strane e misteriose possono riversarsi nel cuore del nostro mondo. Vale la pena di farci un pensiero, e proprio qui in California, a causa dei terremoti, la situazione è particolarmente all’ordine del giorno. Ogni volta che c’è una scossa di terremoto io mi domando: “E’ questa che aprirà una falla nel terreno e che alla fine rivelerà il mondo interiore? Sarà questa la scossa decisiva?. (7)
Il rapporto tra spazio, opera, fruitore s’intensifica nel calore concettuale che pervade
l’allunaggio di Ester Maria Negretti artista lirica, suggestiva, empatica e pittorica pur nella mole imponente delle sue monolitiche sculture. I fasci di luce che ammantano ferro, legno, calcestruzzo, catrame, cemento e pittura a olio di cui trasudano i DIALOGO TRA SORDI si mescolano a un rumore sommesso e ossessivo, un respiro che dialoga in forma d’illusione con l’opera fisica. In questa installazione la sensazione è di trovarsi nel mezzo di una coniugazione perpetuata tra le energie corporali, mentali e morali dell’artista e l’identità del movimento del viandante atteso. La fantasia di Negretti non è una rinuncia al rimescolamento circolare della posizione esistenziale a favore dell’apparire dell’opera, bensì una traccia apparente e affermativa dell’osmosi e del continuo travaso di energia dalla struttura individuale dell’opera a quella del mondo e viceversa. L’allunaggio di Negretti sta nella possibilità di sfuggire al destino entropico attraverso la congiunzione di arte e vita, la loro assoluta permanenza in uno stato di quiete apparente, di finta morte, di atto scenografico che asseconda e aiuta l’inganno necessario di cui si appropria ogni singola esistenza. I tre giganti maestosi e protettivi stringono con la loro presenza ogni flusso, ogni atteggiamento, ogni entrata e uscita memorizzando con la loro circolarità la possibilità di contenere tutti i mondi che solo li sfiorano e mai li attraversano. I lavori di Negretti “suonano” come interrogativi e moniti sociali; nelle sue sculture le idee circolano rumorose, insistenti, insinuanti. Si percepisce un senso di disagio, una consistenza data dalla materia della scultura ma anche da una reale e impegnata partecipazione, una speranza di rianimazione del mondo.
Il rimettere in forma i reperti della realtà esalta la necessità di riportare il caos nell’ordine della cultura. Il processo creativo dell’artista è un circuito chiuso che rimanda con nostalgia a un’espansione traumatica della nostra società. Stratificata, bruciata e scolpita la materia della quale è costituita la superficie pellicolare delle sentinelle di ferro racconta di antichi resti riammessi allo sguardo, riaffiorati alla superficie, ma sempre inaccessibili come aculei che respingono il contatto, il dialogo, metafora potente dell’incomunicabilità esistenziale. E qui si fa ancora più presente l’ascolto del respiro di fondo che ci sussurra di un dolore sopito e mai superato, il dolore incommensurabile che ciascuno di noi si porta dentro di sé e che l’artista cerca di esorcizzare attraverso la rappresentazione e la presentazione all’altro della sua nuda opera. Nel caso di Negretti l’allunaggio è un atto di possibile condivisione di un destino che personalmente non ritengo mai casuale e mai misurabile, una manifestazione primordiale di una civiltà che si sente accresciuta senza mai evolvere,
almeno non nelle sfere di cui abbiamo bisogno davvero, ma che l’arte può aiutare a colmare non senza contagio, non senza malattia, non senza il virus infetto di un malessere certamente più vertiginoso e dissestante, ma certamente molto più vivo e vitale.
La qualità sostanziale della nuova e appropriata ricerca contemporanea che la mia
predisposizione di critica sta approfondendo in questi anni, risiede nel presupposto stesso delle più variegate pratiche artistiche impiegate come un coro di voci sole in questa esposizione di artisti mutanti. Infatti, se il critico si esprime attraverso i tre livelli di scrittura (16) – scrittura saggistica, scrittura comportamentale, scrittura espositiva – è quest’ultima che è stata da me impiegata per intercettare gli allunaggi possibili tra presenza dell’opera e attenzione dello spettatore. Occorre lavorare, pur nella apparente disgiunta resa formale che rende ciascun artista autentico e imprevisto, sulla trasparenza e sul bilico dell’inframince (17) – spazio estremo, incatalogabile e impercettibile – esplorando una zona irrintracciabile che si avvale attraverso l’ossimoro agnettiano del dimenticare a memoria di vertiginosa simulazione ed eccessi di verità. L’invenzione di undici allunaggi possibili è
scaturita quindi proprio dalla scrittura espositiva, che nella sua fase di assemblaggio di una collettiva complessa di personalità specifiche e distinte, mi ha incanalato nel mio allunaggio che il tradimento – nel senso etimologico, di tradere, tradurre, traghettare – operato dagli undici artisti protagonisti della mostra e dell’inciampo tra le loro opere e lo sguardo dello spettatore, ha reso compiuto e vitale, e possibile.

allunaggi riflessi