Suggestioni materiche, impronte dell’io profondo

Gazzetta Di Parma – 22 febbraio 2017

In tutte le cose, in tutte le situazioni ci sono messaggi e misteri che l’occhio dell’artista può cogliere e schiudere. Questa è l’operazione maieutica di Ester Maria Negretti, nota artista comasca che fino al 5 marzo espone nelle settecentesche sale del Circolo di Lettura in via Melloni. In questi spazi carichi di memorie e di sapere, luoghi della riflessione e dell’incontro intellettuale, si susseguono le visioni informali, materiche, cariche di vissuto della Negretti.
Sono diversi lavori fatti di terra, sabbia, tessuto, plastica, ghiaia, carte, brandelli di reale dove pare di riconoscere lidi, profili di panorami lacustri o marini con orizzonti imprecisi, dove tutto si compone e scompone per restituire infine un paesaggio che è solo interiore, emozionale. In queste opere vi si possono leggere molteplici sogni, suggestioni, ricordi, atmosfere perché quello che conta è l’essenza distillata della vita a persistere sugli affioramenti e le evoluzioni del colore, a sgorgare tra le increspature del tempo, sulle stratificazione della memoria. E nonostante le tonalità calde, i contrasti forti, le oscurità bituminose, c’è sempre l’alba in queste opere, il sentimento di una emersione, uno sgorgare luminoso liquido e aereo.E’ il ripetersi insistente dei riflessi e delle onde di un laago, la risacca del destino, il mantra della speranza, la macchia cerulea del cielo anche nella più caotica combinazione materica; è la levità di una grazia e di un soffio divino negli strappi della geometria e nelle metamorfosi delle certezze, nei riquadri, nelle pezze arricciati e scomposte dagli umori della vita.
Anche quelle che lei definisce impronte e di cui abbiamo un esempio in questa mostra, non sono altro che ritratti dell’io profondo, orogenesi dello spirito, bianchi diagrammi dell’anima. Ognuna è diversa, diversa traccia altrimenti invisibile di un’esistenza, di una persona. Osservando queste tele si può pensare ad Anselm Kiefer sia per le tonalità che per l’uso della materia, tuttavia c’è un procedere diverso: centrifugo, neo-romantico quello del tedesco, entropico, dotato di energia interiore quello di Ester.
Se Kiefer va verso il tramonto e la notte, lei fa avvanzare l’aurora e affiorare la luce. Persino nel caos, un po’ come William Turner. Il suo orizzonte non ci conduce a un naufragio infinito, ma ad infinito risorgere luminoso. Non desolazione quindi, ma speranza e gioiosa rivelazione a riscattarci dalla nostra fragilità, dalla nostra inevitabile corruzione e dispersione. Nelle sue visioni l’artista sfiora ed esalta l’eternità, coglie l’essenza immortale, la luce dentro le cose. Dentro noi stessi. Oltre le sempre volubili apparenze.

di Manuela Bartolotti

Arte e Scienza al Museo del mare di Genova

Gli artisti Discaricarts al Festival della scienza di Genova

Dopo i successi della mostra “Vuoti a perdere” al festival del benessere “Chiarissima” di Chiari (Brescia), al Festival “Convivere” (Carrara) e  al Galata Museo del Mare (Genova), alcune delle opere  dei discartisti vengono scelte per accompagnare la mostra “Il tempo scorre, la plastica rimane” dedicata al preoccupante fenomeno denominato “The Great Pacific Garbage Patch”, la grande isola della plastica formatasi, per effetto delle correnti, nell’Oceano Pacifico e la cui estensione sul  pianeta è seconda solo all’estensione della Russia.

Le opere degli artisti Luciana Bertaccini (MS), Maria Capellini (SP), Guido De Marchi (GE), Ferrando Patrizia (GE), Furlanis Marina (MI), Maria Luisa Gravina (GE), Santino Mongiardino (GE), Ester Negretti (CO), Giuliano Radici (BS), Jurij Tilman (MI) erano già state presenti al Galata Museo del Mare all’interno della mostra “Vuoti a perdere” che si è configurata come una denuncia degli sprechi nel settore alimentare, non tanto incentrata sul cibo, quanto sull’eccesso di imballaggi, contenitori, involucri, impacchettamenti che, se in alcuni casi possono assolvere a finalità igieniche, vengono però a costituire un grosso problema ambientale dal momento che, diventati rifiuti, devono essere smaltiti quando non sono addirittura abbandonati sconsideratamente nell’ambiente.

Un’eventualità questa che diventa molto rischiosa qualora gli agenti atmosferici, i corsi d’acqua e l’incuria consentano a questo tipo di rifiuti di raggiungere il mare: l’azione di degradamento naturale infatti è lentissima e le parti  sbriciolate entrano nella catena alimentare con conseguenze disastrose per tutti i viventi.

Questa consapevolezza che nella mostra The Great Pacific Garbage Patch è chiaramente spiegata dai ricercatori con gli strumenti tipici della spiegazione scientifica è espressa con forza e determinazione ma nello stesso tempo con poesia ed ironia dagli artisti Discaricarts.

La mostra è visitabile fino al 1/11/2015 dalle 10.00 alle 18.00 da lunedì a venerdì e dalle 10.00 alle 19.00 il sabato e la domenica  presso il Galata Museo del mare di Genova.

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Jean-Marc ALLOUIS

Mi è accaduto spesso di sperimentare lo shock inaspettato della magnificenza di un paesaggio, di sentire, intorpidito, l’infinità della natura, e di trovarmi, per un istante che vorremmo sempre ricordare, di fronte all’apertura dei due battenti della Porta dell’eterna Verità.
Lo shock è violento, brutale. Non vi è dubbio che, malgrado la ripresa del corso della vita, il cuore si è caricato per sempre delle stigmate di questa trasfigurazione.
Ester Negretti si rivolge a coloro che hanno conosciuto quel torpore illuminato, che hanno percepito, furtivamente, la quintessenza delle cose. E, per quelli che, ahimè, ne sono stati esenti, Negretti si fa “veggente” elaborando la Natura e la pittura. Emerge, quindi, un dialogo tra i paesaggi italiani e l’artista alla ricerca di un’espressione pittorica unica in grado di trasmettere quella forza purificatrice della Natura. Come scrisse, giustamente, Rimbaud “Le invenzioni dell’ignoto richiedono nuove forme. “
Che sia questo per Ester Maria Negretti?
Lei fornisce all’astrazione una nuova dimensione mediante l’espressione combinata di texture e colore. Questa combinazione è possibile solo attraverso la tecnica del collage. A differenza dei cubisti che hanno cercato, attraverso questo processo, di dotare la loro pittura destrutturata di un effetto del reale attraverso l’apposizione di un riferimento “attuale”, come un giornale o un biglietto della metropolitana, Negretti lavora, invece, sull’apertura, persino sull’espansione dello spazio finito della tela, verso l’Esterno. Infatti, la sua opera sorprende per la densità, il rilievo provocato dalla messa in scena della materia incorporata da questo processo. Dai tessuti alla ghiaia, passando per le carte di giornale e quelle patinate, i materiali incollati sulla tela si illuminano di una nuova chiarezza, di un nuovo significato e di una architettura che non si conosceva quasi.
La mano dell’artista, come Adamo che nomina gli animali, li trasfigura e li incorpora nella sua tela, come note di una composizione melodiosa nella quale i colori e le tessiture trovano la loro completa sonorità nell’anima dello spettatore. Giocando con i loro colori, la loro ampiezza e con la loro intrinseca maniera di suggerire la dolcezza o la freddezza, l’artista fa collidere i materiali nello stesso modo che ha l’orizzonte di confondere il cielo e il mare, per giungere a catturare quell’istante di percepita eternità.
E anche se la sua ispirazione l’ha portata a creare opere puramente teoriche, come Klee, nella stesura della materia nello spazio della tela, Ester Maria Negretti dipinge i paesaggi estatici che l’Italia intera offre ai suoi occhi e alla sua sensibilità. La bella Italia, quella delle storie d’amore, ma anche delle crudeli tragedie.
Jean-Marc ALLOUIS – Tradotto da Francesco MANTERO

It’s often happened to me; to receive an unexpected shock from the magnificence of a landscape; to feel, crippled, Nature’s limitlessness, and to be confronted, for a passing second that one would like to hold on to, with the swinging open of the double Doors to eternal Truth.
The shock is violent, brutal. Without doubt, in spite of life’s taking up its course again, the heart has taken on forever the marks of this transfiguration.
Ester Negretti speaks to those of us who have known this luminous torpor, who have perceived, furtively, the quintessence of things. And for those who, alas, have been left out, Negretti transforms herself into a medium by working with Nature and paint. A dialogue thus emerges between the Italian landscape and the artist seeking a singular pictorial expression fit to transmit this purifying force of nature. As Rimbaud so aptly put it; « The invention of the unknown demands new forms. »
How does this work with Ester Maria Negretti?
She offers, by the combined expression of texture and color, a new dimension to abstraction. This combination can only be achieved by the technique of collage. As opposed to the cubists, who only sought to give their destructured painting a ‘real’ effect by apposing an everyday referent such as a newspaper or Métro ticket, Negretti works to open and even enlarge the closed space of the canvas in relation to its exterior. Her work indeed surprises by the density and relief brought about by the staging of the material involved. From fabrics to grit, via newspaper and plaster, her materials, adhering to the canvas, shine with a new clarity, with a new meaning and an architecture we hardly knew they had.
The artist’s hand, a sort of Adam naming the animal peoples, transfigures and incorporates them into her canvas like the notes of a melodious composition in which colors and textures find full voice in the soul of the viewer. Playing on their coloration, their extent and their intrinsic suggestion of softness or coldness, the artist buffers her materials one against another just as the horizon blends the sky and the sea, and succeeds in capturing this experienced instant of eternity.
And even if her inspiration leads her into creating works which are, like Klee’s, purely theoretical in their matter and distribution within the space of the canvas, Ester Maria Negretti paints the ecstatic landscapes that the whole of Italy offers to her vision and sensibility. The beautiful Italy of both love stories and cruel tragedy.
Jean-Marc ALLOUIS – Translated by Elaine GREEN
Il m’est souvent arrivé de subir le choc inattendu de la magnificence d’un paysage ; d’en ressentir, perclus, l’infinitude de la Nature, et d’être confronté, le temps d’une seconde qu’on aimerait à retenir, à l’ouverture des deux battants de la Porte de l’éternelle Vérité.
Le choc est violent, brutal. Il est indubitable que, malgré la reprise du court de la vie, le coeur s’est chargé à jamais des stigmates de cette transfiguration.
Ester Negretti s’adresse à ceux qui ont connu cette torpeur illuminée, qui ont perçu, furtivement, la quintessence des choses. Et, pour ceux, qui ont été, hélas, exempts, Negretti se fait « voyant » en travaillant la Nature et la peinture. Emerge, alors, un dialogue entre les paysages italiens et l’artiste en quête d’une expression picturale singulière propre à transmettre cette force purificatrice de la Nature. Comme l’écrit, si justement, Rimbaud ; « Les inventions d’inconnu réclament des formes nouvelles. »
Qu’en est-il chez Ester Maria Negretti?
Cette dernière offre à l’abstraction une nouvelle dimension par l’expression combinée de la texture et de la couleur. Cette combinaison n’est possible que par la technique du collage. A la différence des cubistes qui ne cherchaient par le biais de ce procédé qu’à doter leur peinture déstructurée d’un effet de réel par l’apposition d’un référent « actuel » tel qu’un journal ou un ticket de métro, Negretti travaille, quant à elle, à l’ouverture, même à l’élargissement de l’espace clôturé de la toile sur l’Extérieur . En effet, son oeuvre surprend par la densité, le relief provoqués par la mise en scène de la matière incorporée par ce procédé. Des tissus aux graviers en passant par les papiers journaux et les enduits, ces matériaux, accolés sur la toile, s’illuminent d’une nouvelle clarté, d’une nouvelle signification et d’une architecture que l’on ne leur connaissait guère.
La main de l’artiste, comme un Adam nommant le peuple animal, les transfigure et les incorpore à sa toile comme les notes d’une composition mélodieuse dans laquelle couleurs et textures trouvent leur complète sonorité dans l’âme du spectateur. Jouant sur leur coloration, leur étendu et sur leur intrinsèque manière de suggérer la douceur ou la froideur, l’artiste entrechoque ces matériaux de la même manière qu’a l’horizon de confondre le ciel et la mer, pour parvenir à capter cet instant d’éternité ressentie.
Et même si son inspiration la pousse à créer des oeuvres purement théoriques, tel que Klee, sur la matière et son étendu sur l’espace de la toile, Ester Maria Negretti peint les paysages extatiques que lui soumet à ses yeux et à sa sensibilité l’entière Italie. La belle Italie, celle des histoires d’amour mais aussi celle des cruelles tragédies.
Jean-Marc ALLOUIS

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Saviana Camelliti

Essenza e Materia

Essenza e Materia non è solo il nome prescelto dall’artista per ovviare alla necessità di identificare una mostra: intrigante titolo attira curiosi. Non è neanche il vuoto applicarsi di parole – fin troppo pregne di significato – all’arte, con il fine di suggerire al fruitore una non meglio definita dimensione altra.
Essenza e Materia è una sintesi, o meglio, una ricerca del momento della sintesi, tra due dei più indagati interrogativi metafisici.
L’artista non fornisce risposte, mette a disposizione il suo sguardo e la sua capacità peculiare di tradurre lo sguardo stesso in immagine dando in prestito una possibile chiave di lettura del mondo circostante.
La materia smette qui di essere materia per riconciliarsi con l’essenza in una realtà che è sì materiale, certo, ma che si spinge al di là di se stessa costringendo l’immagine a rinascere dalle proprie macerie.
Sabbia, stucco, catrame, ghiaia, colla, carta, terra e colore si fondono insieme in una stratificata riproduzione di paesaggio informale che, da luogo fisico, diventa sulla tela astratta meta dell’anima. Materiali un po’ snobbati, certo non nobili, calpestati tutti i giorni nella quotidianità cittadina o marittima, spesso ignorati perché troppo presenti, raramente ammirati per la bellezza anziché per l’utilità, rinascono in un nuovo splendore: incanta infatti la lucentezza della pece sulla tela e si impone la presenza, prepotente, di ogni singolo sassolino di ghiaia, verticale su reti di metallo ramato.

La sede dell’esposizione non si presenta come bella cornice o mero contenitore bensì dialoga con le opere che ne diventano in questo modo parte integrante. I chiaroscuri della facciata gotico-romanica, le colonne e i rosoni suggeriscono all’artista il ritmo da seguire.
Entrando tra le mura centenarie del vecchio palazzo del comune, la scalinata di pietra traballante lascia indovinare al massimo la presenza costante di uno stormo di piccioni, non fa certo presagire nulla di ciò che si presenterà al suo interno. La porta semichiusa quasi intimorisce..”Ma è aperto?” “Sono nel posto giusto?”
Piano piano finalmente si apre e, per il contrasto con l’esterno, si resta quasi accecati dall’oscurità della sala. Gli occhi ci mettono un po’ ad ambientarsi, l’atmosfera è mistica, quasi sacerdotale, si avverte subito una sensazione di straniamento e, per una sorta di tacita legge morale – infranta solo dai più recidivi – ci si impone di non rompere il silenzio.
Le grandi finestre sono oscurate da pannelli neri, la porta che da sul balconcino – costantemente preda dei flash dei turisti giù nella piazza – è tassativamente chiusa a chiave. Tutto è avvolto da una luce gialla, polverosa, quasi nebbiosa, che illumina solo le opere dando così l’impressione che galleggino senza peso.
Fuori la primavera chiassosa del terzo settore, dentro l’aura spirituale di un non luogo.
Sulla destra due grandi tele, paesaggi astratti, si stagliano l’una accanto all’altra raccontando con un’eco remota di macerie bruciate e disastri edilizi, quello che potrebbe forse essere o essere stato.
In tre trittici verticali si presenta poi una muraglia sospesa di colori caldi e tagli di terrazzamenti, che costituiscono le due ali esterne, mentre al centro fanno la loro comparsa tre grandi Essenze.
Nell’angolo in basso a sinistra della composizione di quadri è collocato Sassella, del 2008, un po’ l’antesignano di tutta la ricerca presentata dall’artista in questa esposizione. L’opera, ispirata ai terrazzamenti valtellinesi, si trova ad essere il capostipite della lunga serie metamorfica delle impronte-essenze.

Impronte

Una volta superato lo shock luminoso e sonoro dell’ingresso nella pancia del Broletto, la prima cosa ad attrarre l’attenzione è una lunga striscia di quadrate cellule lucenti che dal pavimento attraversa tutta la sala fino ad arrampicarsi sulla parete contigua.
Come un percorso di briciole di pane per non smarrirsi nel proverbiale bosco, la linea tratteggiata di piccole impronte è un invito a riscoprire volta per volta la singola essenza celata sotto strati di incomprensione e maschere. Il percorso è sia metaforico che effettivo, non solo per chi osserva, ma per l’artista stessa che inizia la sua ricerca proprio viaggiando e guardandosi intorno. Così nasce l’idea di un’identità fondamentale tra quella che è la superficie terrestre e la superficie dell’essere umano: la terra, con i suoi solchi effimeri e irripetibili, e la pelle, unica e caratterizzante per ciascun individuo. Stesso discorso con le cortecce degli alberi che, osservate al microscopio, si fanno impronte digitali su un piccolo supporto di betulla. Ma la somiglianza non è più sufficiente all’artista che procede nella sua ricerca dello strato più nascosto dell’esistente, sia pittoricamente che verbalmente: quelle che chiamava impronte digitali diventano più semplicemente impronte per poi approdare allo stadio ultimo di Essenze.
Le Essenze rappresentano una sorta di auspicio, un invito a non fermarsi alla realtà materiale, fenomenale, della persona, ma ad avventurarsi più giù, più in fondo, più sotto… ad avvicinarsi il più possibile a quella che è appunto, l’essenza.

Quadro percorribile

Angolo a destra della grande sala. Inaspettata incarnazione tridimensionale della bidimensionalità di un quadro. Emerge una grande opera misteriosa.
Da davanti, in prospettiva, è la resa – dilatata all’estremo – di un quadro con le sue stratificazioni e l’alternarsi dei differenti ritmi dei materiali; avvicinandosi si scopre che il quadro è attraversabile, non solo allegoricamente, questa volta. Tra gli strati di materia sono lasciati dei passaggi in modo che non sia solo lo sguardo ad essere coinvolto, ma tutti i sensi, in un’ottica percettiva totalizzante. Passandoci in mezzo, i pannelli – sovrapposti come una serie di quinte teatrali – oscillano per lo spostamento dell’aria: si sentono, così, il fruscio della sabbia, lo stridio della ghiaia, il soffio dell’organza. Graffiano la pelle, le reti metalliche, e sembrano scottare sul palato, le superfici bruciate. Una musica ancestrale e una fragranza ottundente, create appositamente, completano il cerchio contribuendo a collocare in uno spazio non bidimensionale – come un quadro – , nemmeno tridimensionale – come una scultura – , bensì quadrimensionale – come non può non essere – rendendo esplicita la percezione temporale.

Saviana Camelliti

Lorenzo Morandotti

CORRIERE DI COMO, MERCOLEDÌ 04 MAGGIO 2011

Mostre lariane – Da sabato, in scena al Broletto in piazza Duomo a Como la personale della pittrice Ester Negretti

Fare della vita un’arte e dell’arte un percorso di vita. È l’estrema conseguenza del Romanticismo. Ne può nascere un percorso sensoriale ricco e articolato e soprattutto di forte impatto emotivo e visivo anche in anni, come gli attuali, in cui fare arte può equivalere a qualsiasi cosa. Anzi proprio per questo motivo occorre andare controcorrente, in un viaggio alla ricerca dell’anima delle cose che sia anche un’intensa riflessione sulla materia e sugli strumenti del “fare” artistico”. Tutto questo andrà in scena, da sabato alle 18, nel sontuoso e antico scenario del Broletto, il palazzo in piazza Duomo a Como, che è una delle sedi espositive più prestigiose messe a disposizione agli artisti dal Comune. Proprio qui lo scultore lomazzese di fama internazionale Francesco Somaini tenne, dieci anni fa, una grande retrospettiva. E le sue opere, oltre a quelle di Alberto Burri, del pittore comasco Paolo Cattaneo, e dell’illustre americano, visto a Como tantissimi anni fa, William Congdon, fanno venire in mente i lavori che ora stanno animando la mostra di Ester Negretti. Giovane ma già affermata artista comasca che, al Broletto, sta allestendo in queste ore la mostra in scena come detto da sabato 7 fino al 29 maggio, con il titolo Essenza e materia.
Il percorso si comporrà di due dipinti di due metri per un metro e mezzo, più nove tele più piccole, ma sempre “importanti”, e un “circuito” di dipinti su legno e una grande installazione centrale con teli trasparenti in quattro gruppi di pannelli – un ritmo suggerito peraltro dalla stessa scansione architettonica della facciata del Broletto – che il visitatore sarà chiamato a percorrere per vivere dall’interno il processo creativo e di visione da cui nascono le opere della pittrice.
«Dipingo perché è un’urgenza del mio Dna, sento l’esigenza di dire qualcosa che non sempre è chiaro e non vuole essere convincente, ma perlomeno è sincero», ha scritto su Internet l’autrice.
«Se potessi esprimermi con le parole lo farei. Invece dipingo. Dipingere per me è meditare in silenzio. Attorno a me, quando lavoro sulla tela, si crea come una bolla di pace e di calma che mi avvolge e mi è necessaria per vivere e per respirare attraverso il gesto creativo», dice Ester Negretti. Che fa propria una intuizione di Pablo Picasso: «Diceva che dipingere è il mestiere di un cieco. Egli non dipinge ciò che vede, ma ciò che pensa, ciò che dice a se stesso per ciò che ha visto. Basta mettersi in ascolto».
Ester nella sua ricerca pittorica è partita con una forte attenzione a luoghi cui è legata affettivamente – la Valtellina ma anche l’Isola Comacina e la Toscana – rappresentati con uno spunto figurativo che già si è però orientato alla rarefazione simbolica, all’informale, al segno che diventa traccia, sintesi di un’espressione che vuole appunto cogliere l’essenza del creato, proprio come nelle opere che si apprestano ad “abitare” il Broletto, non come semplice contenitore, ma come complice architettonico, partner di pietra e luce a opere realizzate con tecniche miste che prendono spunto da oggetti come semplici stracci o gocce d’asfalto, chiamati a vivere una seconda vita.
«Non mi servono quei falsi intellettualismi su cui si arrampicano tanti artisti della mia generazione: artista si è e per “essere” io entro nella materia. Per questo la mia sintesi è essenza e materia» annota l’artista comasca.
Che, tra i suoi modelli, mette anche la luce propria dei dipinti di Leonardo. Ed è proprio la luce, l’armonia tra pieni e vuoti a dar vita, nel mondo pittorico di Ester Negretti, a un cosmo assolutamente rigoroso, in cui si leggono in controluce come istanze inconsce le influenze proprie della matrice comacina e cioè l’astrazione di tipo geometrico che tanti contributi fece dare da Como al mondo dell’arte europea negli anni Trenta, grazie a pittori come Mario Radice e ad architetti come Giuseppe Terragni. Non sono, quindi, segni casuali quelli che il visitatore incontrerà al Broletto, ma quadrati, cerchi, tracce orizzontali e verticali a designare mondi e visioni
«Le mie opere – dice infatti l’artista comasca in un suo testo autobiografico – sono costruite sull’archetipo dell’ordine interiore. Sono composti su schemi geometrici ben precisi che poi deflagrano, esplodono, per poi ricomporsi in un ordine compensatorio dimostrando l’inafferrabile relatività della vita».
La mostra, a ingresso libero, curata da Francesco Mantero – Ottonote eventi – e presentata dal critico Matteo Galbiati radunerà una serie di opere recenti della pittrice dal 2004 a oggi.

Lorenzo Morandotti

Roberto Milani

“…non dobbiamo avere un comportamento intellettuale sprezzante e neppure un atteggiamento decadente. Vogliamo semplicemente ascoltare la voce pura della natura in noi stessi e ciò che questa esprime per comunicare una speranza, anche se flebile, per l’umanità. …”
Così scrive Ester Negretti nella presentazione del gruppo “Discaricart”.

Non è questo movimento il tema principale di questo breve scritto, ma può essere utile al lettore per capire al meglio il profilo di questa artista.
Artista vera. Sincera ed impegnata.

La sua arte non ha mezzi termini.
E’ diretta.
E’ un’artista che arriva. Capace di mostrare la propria forza creativa nella più intrigante complessità, completezza e determinazione e con la necessaria consapevolezza che essere artista oggi è allo stesso tempo un privilegio ed una missione. Sa mettere a proprio agio l’interlocutore che rimane ammirato e coinvolto dalla scoperta degli infiniti particolari che compongono le sue opere. Di fatto resta meravigliato dal risultato finale.
La Negretti, vuole “ascoltare la voce pura della natura in noi stessi” e ci fornisce così la propria chiave di lettura: mettendosi a nudo. Mostra tutta la sua forza e la sua vulnerabilità. E’ un’arte dura, diretta e allo stesso tempo fragile e femminile.
Guardare una delle sue tele in maniera superficiale è gradevole, piacevole; ma c’è ancora più gusto entrarvi, esplorando, scoprendo e comprendendo che dietro a tutto ciò, c’è arte, quella vera! Un pensiero e personalità.
Chi vuole trovare risposte ad alcuni dei tanti quesiti che si celano dietro ogni piega della materia, oltre ogni pennellata o sotto ogni elemento plastico che troviamo su queste superfici, deve necessariamente immedesimarsi nella psicologia dell’artista.
Gli elementi che vi invito ad indagare per risolvere l’enigma metafisico che permea la sua arte sono altri, ad esempio: il sentimento, l’idea, la forza e soprattutto la luce.
E’ infatti la luce l’assoluta protagonista di queste tele. Quella luce che a prima vista sembra neanche esistere, svela la sua presenza nei contorni degli elementi, nei contrasti e variazioni di tono.
In eterno equilibrio come un funambolo, Ester vive nel grande circo dell’arte come assoluta protagonista, con invidiabile certezza (ed è questa la sua qualità più importante) e solida determinazione.
Muri e barriere, oramai superate ma ancora presenti, albergano nelle reti che imbrigliano l’essere libero dell’artista, costringendolo a fare i conti con le convenzioni, convinzioni e i pregiudizi che governano il complicato e complesso sistema, determinato e generato da critici, curatori, galleristi e collezionisti che non sempre vedono nelle donne/artiste il tanto ricercato “genio”.
Non esistono quesiti esistenziali o domande senza risposta.
Esistono soluzioni. Visibili e tangibili. Sono impronte e segni, anche graffi. Sanguinanti a volte, generati dalla rabbia. Quest’ultima, sfogata attraverso l’urlo liberatorio e silenzioso, della propria creatività, alla sua presenza ed al suo voler essere, fino in fondo, Artista.

E Vi assicuro che non è facile essere artista oggi, forse è più facile farlo.

Pino Bonanno

Giugno 2009 Pino Bonanno, presentazione mostra personale “la solitudine delle Orme” presso Art Farm Gaia di Papiano (Perugia)
“…La struttura delle opere non è mai banale, ma ricercata e compiuta sugli assi cartesiani in un disperato tentativo di far quadrare quella disordinata nube cosmica che annebbia e distrugge.”
L’annotazione, riferita a un precedente ciclo di opere di Ester Negretti, sembra che colga appieno la sensibilità e la progettualità creativa dell’artista: spirito inquieto in perenne ricerca di sé e dell’altrove.
Il suo impegno è sempre orientato a leggere e capire il disegno enigmatico dell’esistenza, di una realtà che ci invade e ci snerva per significati più profondi e meno apparenti di quanto rivelato dalla quotidianità delle nostre azioni.
La caratterizzazione attuale dell’arte non è tanto operare per mettere in luce talune tematiche o contenuti, bensì elaborare un linguaggio che abbia la voce di una forte personalità.
L’azione espressiva di Ester Negretti è tanto forte e tanto caratterizzata da giustificare e comprendere le ragioni dell’arte contemporanea.
I suoi “quadri” sorprendono soprattutto per quel forte magma compositivo, per la particolare strutturazione materica che “aggredisce” lo spazio di base come a volerlo ridefinire attraverso l’uso di materiali e colori “terragni”.
Benché abbia un fitto curriculum ed esperienza artistica significativa, Ester, credo, sia sempre rimasta fedele alla sua intima visione, tanto che le opere presentate in questa mostra manifestino solo una metamorfosi di più accentuato scavo interiore e le sue “immagini” diventino pure espressioni di un sé non ancora completamente “liberato”.
Il processo elaborativo e l’esito finale esprimono, insieme, un’emozione che determina il senso dell’opera e la traccia di un’intuizione che si fa idea originaria, segno e significato finale.
Nonostante i valori emotivi espressi nelle opere, il suo lavoro pittorico è anche frutto di un deciso processo mentale e un meticoloso e calibrato uso del segno e del colore come materia di riflessione in perenne fermento, che esplode e implode a seconda delle condizioni umorali dell’idea primaria.
L’artista cerca i marcati rapporti tonali, scanditi attraverso una sapiente distribuzione delle masse, cosicché, la solida struttura e l’impostazione, conferiscono ai suoi lavori un ritmo musicale ed una coloritura poetica. La luce, l’intuizione per lo squarcio che rivela e descrive, non è solo una luce fisica, un tracciato esterno di nessi e sensi, ma l’espressione di una “rivelazione”, uno scuotimento interiore che illumina tutta l’intuizione, l’idea poetica.
Nei suoi quadri non vi è nulla di sentimentale ed i più arditi problemi compositivi, connessi alla creazione, vengono risolti con l’abilità di un vecchio maestro dell’arte astratta e informale.
Il suo stile si caratterizza immediatamente attraverso una gamma di toni e colori la cui sintesi manifesta una profondità di prospettive originali e inconfondibili.
La vita, in queste rappresentazioni pittoriche, è uno scavo perentorio, ambiguo, come se ci volesse accompagnare lontano o prelevarci da un antico passato, da una dimensione vulcanica, fatta di rimescolii richiamati alla memoria nella loro incredibile assolutezza.
Il merito di Ester Negretti è, allora, quello di accompagnarci e farci da tramite in questi misteriosi territori.
Il suo limite, forse, è quello di lasciarci soli con la nostra angoscia, senza mostrarci una via d’uscita. In questa dicotomia sta, appunto, il compito dell’artista.

Rosella Barbiero

Appassionata di pittura, e fin da subito, di tutto cio’ che riguarda la percezione del colore, resta fortemente colpita dalla luce che modella i dipinti leonardeschi, per poi interessarsi alle opere dei Maestri dell’Impressionismo; approda quindi al colore come elemento fondamentale.
Ha conseguito il diploma presso l’itis di Setificio di Como; successivamente ha collaborato con diversi studi di disegno, creando carte da parato, arredamento e abbigliamento.
Nel contempo ha frequentato alcuni corsi di decorazione, trompe l’oeil e pittura, anche se la sua vera formazione è a bottega. E’ giovane ma sa il fatto suo e cerca nella materia pittorica lo stato d’animo, l’emozione che sta vivendo con gesto dinamico, nervoso, che poi si placa in una macchia di colore florescente o dorata che catalizza l’attenzione di chi guarda. La tavolozza predominante è scura, ma s’illumina di bianco e di grigi perla che si rincorrono in percorsi imprevedibili. Animate da una continua ricerca, le opere di Ester Negretti risultano da un equilibrio dinamico fra tradizione e innovazione; sono apprezzate per la capacità di unire bellezza e maestria tecnica alle sollecitazioni intellettuali; derivano da due mondi, figurativo e astratto, appartenenti entrambi alla formazione e all’esperienza dell’artista comasca. Una sorta di sovrano equilibrio aleggia nelle opere e il linguaggio tende a iscrivere sulla tela il dettato dell’emozione.

Sarà interessante seguirla nel tempo per chiederle se ha trovato risposte alle domande che cerca oppure nuove domande seguiranno aumentando la tensione che le sue opere esprimono.
di Rosella Barbiero

per mostra personale “Question of Love” – Tradate febbraio 2008